Uno strumento forse ancora poco conosciuto e sul quale si rischia spesso di fare confusione. Intimoriti dall’idea di ledere i diritti legittimi dei propri cari e familiari e con l’idea che sia “una roba da ricchi”, il lascito solidale non viene facilmente preso in considerazione dalle persone. Ecco due storie di eredità solidale. Due persone che hanno conosciuto la nostra Associazione e hanno deciso di fare un lascito testamentario.
«Sono rimasta vedova da qualche anno – racconta Anna, 67 anni, originaria della provincia di Como, nella vita era una maestra di scuola dell’infanzia, ora si dedica molto al volontariato – non ho avuto figli, o meglio non ho avuto figli miei, ma il mio lavoro mi ha permesso di averne tanti! Mi sono sempre dedicata anche al volontariato in parrocchia, prima con mio marito e ora con alcune amiche. Ho sentito parlare del lascito solidale per caso e ho deciso di informarmi un po’ di più per anche capire come fare testamento». Anna ha così scoperto che il lascito testamentario (o solidale) è un tipo di donazione speciale, che si può riassumere in tre termini: gratitudine, fiducia, importanza. Gratitudine che la persona nutre verso l’ente beneficiario, fiducia che ripone nel personale e in chi amministra l’ente, importanza della causa cui la persona decide di lasciare beni o denaro dopo la sua morte. E inoltre ha capito che è alla portata di tutti: una piccola somma di denaro, un bene mobile o immobile, una polizza può fare la differenza per una Associazione.
Si parla di testamento solidale che può avere tre modalità: testamento olografo, pubblico o segreto. Si può scegliere di scriverlo di proprio pugno (testamento olografo), farlo redigere da un notaio alla presenza di testimoni (testamento pubblico) o consegnare in deposito al notaio un testamento in busta chiusa (testamento segreto).
Ognuno di questi testamenti produce effetto solo al momento dell’apertura della successione e ha lo stesso valore. Inoltre può essere modificato, annullato o sostituito in qualsiasi momento.
«Raccolte un po’ di informazioni tecniche – continua Anna – ho deciso di andare in uno studio notarile. Ho scelto di indirizzare una donazione all’Associazione Universale di Sant’Antonio. La conosco da anni, ricevo la rivista, Sant’Antonio è per me un amico. Ma al di là di questi aspetti, l’ho scelta per la sensibilità che sempre dimostra nei confronti di chi è in difficoltà, di chi vive un momento di fatica. Un pezzo di pane non si nega a nessuno: l’Associazione fa ben di più e il suo sguardo è rivolto anche ai bambini. Io, maestra per una vita, sento di continuare la mia missione anche con questo piccolo e semplice gesto. Anche Adriano, 75 anni, impiegato in pensione in un comune del Sud Italia dove vive da sempre, ha scelto la nostra Associazione per fare un lascito solidale: «Ho due figli e tre nipoti – racconta – mi ritengo una persona molto fortunata: siamo tutti in salute, non ci è mai mancato nulla, abbiamo sempre vissuto dignitosamente, pur con un solo stipendio perché mia moglie ha scelto di stare a casa e seguire la famiglia. Insieme abbiamo ragionato sul lascito solidale e abbiamo deciso di intestare una polizza all’Associazione perché possa così aiutare famiglie meno fortunate. Non è molto, ma speriamo sia un sollievo per qualcuno e per noi un modo di tramandare i valori in cui crediamo. I nostri figli lo sanno e condividono questa scelta!».
Per maggiori informazioni:
amministrazione@santodeimiracoli.org - tel 049 8759199.
Puoi chiedere anche a uno studio legale come fare!
Lodovica Vendemiati
]]>Non accade mai. Non accade mai che mi spaventi o susciti timore, nemmeno quando alza la voce e mostra la sua incontenibile potenza. Si appoggia sulla pelle. Impasta la farina con il lievito. Aggiunge un pizzico di sale. Si fa pane. Lascia che le cose accadano. Mette insieme ciò che apparentemente è opposto.
Mi piace ascoltarla, mentre cammino sulla strada: non tralascia nulla. Persino le tasche si riempiono del suo silenzioso dire. Accarezza ogni cosa: non fa distinzione.
Mi piace immaginarla, mentre me ne sto in silenzio accanto al fuoco, dopo aver seminato di passi il mio incontro con la montagna, madre delle acque che scendono.
Ha voce: non rumore. Non parla: eppure, dice. È primordiale: ma dice l’ultima parola.
Può accadere di tutto, intorno e dentro, mentre la guardi. La sua voce è penetrante. E anche dopo che se ne è andata, lascia intorno un profumo che ciascuno ricorda e conserva nell’intimo. Insegna a stare. Eppure suggerisce passi. Anzi, bracciate che evocano abbracci, figli del desiderio d’essere, mentre si affidano e chiedono di appartenere.
Invita a indossare abiti che prendono forma con ciò che toccano, con segreta trepidazione e vivace creatività. Non lascia mai le cose come le trova. Sfiora, per far fiorire. Sommerge, per sollevare al cielo. Avvolge, per lasciare posto all’essenziale.
Potrei restare giorni a osservarla, mentre a occhi chiusi immagino i suoi sentieri, protetto nel calore di un sottotetto ad alta quota, ascolto il ticchettio del suo dire fatto di sillabe e silenzi che si fanno eloquente nostalgia di vita e di intimità.
Ovunque lascia traccia di sé. Anche d’estate, mentre tutti la cercano. E persino quando scompare, suscita parole che la descrivono, mentre mette dentro la voglia di scavare: perché alla fine, sotto sotto, in fondo, nel profondo, si cerca e si raggiunge sempre una fonte; perché anche il deserto più ostile si appoggia su un mare che culla e sostiene.
Comunque è specchio. Mostra altro, il dintorno, mentre avvolge di sé ciò che raggiunge. Persino la luna e il fratello sole trovano pace sulla sua pelle diffusa: a qualsiasi ora del giorno e della notte. E resta. Lascia parole di sé che raccontano storie che rimangono vere, perché tornano a bagnare di presente storie, volti e sussurri che si temevano perduti.
In giorni assolati che asciugano il superfluo e fermano la fretta, aggiunge crepe di luce bagnata che impregnano di desiderio cuori mai sazi di pace e imbeve di sosta passi abitualmente inquieti.
Tutto scorre. Anche i giorni di sole. Insieme a quelli della notte. «Ogni creatura è un’isola davanti al mare, un’isola in mezzo al mare - canta Francesco De Gregori insieme a Enzo Avitabile in Attraverso l’acqua - sono un palo di legno piantato nel mare [...] sono qui per la sete e la fame [...] sulla spiaggia mi poso come un pezzo di pane, una goccia di resina o un grano sale». «Sta nella nuvola e nel pozzo - scrive Erri De Luca -, nella neve e nella noce di cocco, negli occhi e nel fiume, nell’arcobaleno e nel lago [...] fa il pane, fa la pasta. È nella carta e nel vino, nelle ciliegie e nelle comete».
Questa è la voce dell’acqua. E noi: siamo quell’acqua. Siamo acqua che cammina.
Germano Bertin
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